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EARTH OVERSHOOT DAY

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Maggio 21, 2024

In Italia la data dell’Earth Overshoot Day di quest’anno è stata fissata al 19 maggio, ma per stimare questo giorno vanno considerati più fattori: ogni anno è diverso e, soprattutto, ogni paese è diverso, anche per via dei comportamenti e delle politiche di sfruttamento delle risorse naturali.

COS’È L’EARTH OVERSHOOT DAY?

Viene chiamato così il giorno in cui la terra entra in deficit ecologico, ovvero quando vengono consumate più risorse di quante se ne possa rigenerare nell’arco di 365 giorni. Questo per far presente che il nostro paese ha esaurito le risorse rinnovabili dell’anno scorso e che sta iniziando a usufruire di quelle dell’anno successivo, ovvero del 2025.

Dall’analisi Unicusano risulta che l’Italia rientra tra i paesi “peggiori” in quanto consuma il 500% delle proprie risorse.

COME VIENE CALCOLATO L’OVERSHOOT DAY?

Il Global Footprint Network (GFN) calcola il giorno X secondo due fattori:

  • L’impronta ecologica, ovvero – in parole povere – quante risorse naturali gli individui hanno bisogno di sfruttare;
  • La biocapacità, cioè la capacità che ha la terra di produrre, rigenerare risorse oppure smaltire tutto quello che viene immesso nell’ambiente.

I due indicatori si mettono poi a confronto, e la GFN calcola il numero di giorni necessari in un anno affinché la biocapacità del pianeta terra possa coprire l’impronta ecologica.

I restanti giorni sono in “overshoot”, quindi in sovrasfruttamento.

Il risultato di questi calcoli converge in una data: l’Overshoot Day, il giorno dell’anno dopo il quale si andrà in debito con il pianeta in termini di sfruttamento delle sue risorse.

Il cambiamento climatico in atto è una diretta conseguenza dei “giorni in debito”, perché vengono immesse quantità di CO2 maggiori nell’atmosfera rispetto a quelle che il pianeta è in grado di assorbire: i dati dell’ultimo Overshoot Day stimano che stiamo consumando una quantità di risorse di due terre.

140 GIORNI

Dopo poco meno di cinque mesi (appena 140 giorni) del 2024, quindi, abbiamo già prosciugato tutte le fonti naturali del territorio e, di conseguenza, cominceremo a consumare quelle “messe in conto” per il 2025.

Il pensiero di aver già terminato le proprie risorse è un aspetto che porta a riflettere su diverse tematiche.

Una delle tante, ad esempio, è l’enorme spreco alimentare: ogni anno in Italia 67kg di cibo pro-capite viene buttato via.

Anche le imprese risentono del cambiamento climatico e il 79% lo teme, ma il 97% di esse ne sta già pagando le conseguenze in relazione a temi come energia, agricoltura, turismo e infrastrutture.

QUALI SONO I PAESI E I COMPORTAMENTI CHE INCIDONO DI PIÙ SULLA CRISI CLIMATICA?

Facendo riferimento all’infografia realizzata da Unicusano, i paesi che stanno mettendo più a rischio il pianeta sotto il punto di vista climatico sono: il Qatar, gli Emirati Arabi, gli Stati Uniti e il Lussemburgo; i più virtuosi, invece, sono Indonesia, Ecuador e Jamaica.

Un grande contributo al quadro generale lo forniscono anche l’uso eccessivo della plastica e l’accessibilità al cibo. Parliamo di circa 5,25 trilioni di pezzi di plastica che navigano gli oceani e isole di plastica che coprono una superficie di 10 milioni di chilometri quadrati. Lo spreco alimentare arriva al 30% e la produzione di cibo è la causa di 4,8 miliardi di tonnellate di gas serra nell’atmosfera, non tenendo conto che a settimana mangiamo almeno 5 grammi di microplastiche.

LE CONSEGUENZE NATURALI ED ECONOMICHE

Quanto detto finora sta portando ad un netto aumento della temperatura globale, secondo gli scienziati entro il 2030 il riscaldamento globale terreste arriverà a toccare picchi di +1,5/3°C con gravissime conseguenze.

Si stima che nei prossimi 50 anni circa 3,5 miliardi di persone vivranno a temperature paragonabili a quelle che troviamo nel deserto del Sahara e le temperature estive saliranno di +5°C entro il 2070.

Le dirette conseguenze di tutto questo? Inondazioni, siccità, erosione dei suoli, ondate di calore e innalzamento dei mari, con ripercussioni soprattutto sulle minoranze, quindi disoccupati, piccoli agricoltori, popolazioni indigene, paesi poveri in via di sviluppo a vocazione agricola, oltre a tutto questo non bisogna sottovalutare anche le diverse conseguenze economiche che ne seguiranno.

ESISTE UNA SOLUZIONE?

Seguendo i dati delle diverse analisi che sono state fatte, la soluzione deve essere per forza quella di un cambiamento radicale dal punto di vista sociale, culturale, politico ed economico da mettere in atto il prima possibile. Gli obiettivi da portare avanti sono quelli della decarbonizzazione, delle diete a base vegetale, della pianificazione urbana che preservi gli spazi verdi, della riduzione della plastica e dei comportamenti d’acquisto più sostenibili.

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